Premio Campiello: vince l’eutanasia. Ma nessuno se ne accorge.

Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come “l’ultima”. Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”. Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’accabadora, l’ultima madre.

Fonte | IBS

Ahimè, ancora una volta la Sardegna condannata alle brutte figure, a un’immagine di tristezza, di arretratezza culturale e di macabra rassegnazione. Riusciremo mai a scrollarci di dosso questa pesantezza d’animo, questo pessimismo paralizzante, una visione piatta che assimila gli uomini alla natura circostante e che non vede differenze significative tra il destino del bue e del gatto e quello del suo padrone? L’ “accabbadora”: per carità! ci mancava solo questa per intristire ancor di più una terra già svigorita dal fatalismo e dal ripiegamento.

Luigi Murtas

Mi son sentito vicino a questo libro che tratta del fine vita, incuriosito… ma me ne sono subito discostato: nei giudizi che ho letto son tutti belli tranne uno. I primi affermano la bellezza stilistica e nient’altro: un’estetica della logica intrinseca delle parole. L’unica voce fuori dal coro (che ho anche citato precedentemente) tocca nel vivo, basandosi sulla proprio esperienza di uomo e di persona nata in Sardegna, cosa rappresenti avere come vincitore del Premio Campiello un libro sull’eutanasia.

Altresì noto che un quotidiano come l’Unione Sarda, vecchio di oltre un secolo (120 anni riporta con non caeato orgoglio il sottotitolo), non tocca nemmeno lontanamente il tema dell’eutanasia:

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